n.13 | Aprile 2026

Abitare la Luna

Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; per essere una persona; secondo che ho inteso molte volte da’ poeti: oltre che i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo veggono essi cogli occhi propri; che in quell’età ragionevolmente debbono essere acutissimi. […] È vero o no che gli arcadi vennero al mondo prima di te? che le tue donne, o altrimenti che io le debba chiamare, sono ovipare; e che uno delle loro uova cadde quaggiù non so quando? che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno? che sei fatta, come affermano alcuni inglesi di cacio fresco? che Maometto un giorno, o una notte che fosse, ti spartì per mezzo, come un cocomero; e che un buon tocco del tuo corpo gli sdrucciolò dentro alla manica? [1]

Nel 1827, Giacomo Leopardi pubblica le sue Operette morali e, nel Dialogo della Terra e della Luna, affida alla Terra l’arduo compito di indagare la vera natura dell’oggetto celeste a noi più prossimo. La Terra, però, non dispone di strumenti avanzatissimi, ma di credenze popolari e strampalate teorie, miti che vogliono la Luna antropomorfa, leggende arabe, speculazioni scientifiche, e persino proverbi, con il risultato che l’indagine si chiude con lo stesso alone di mistero con cui si era aperta. Quel mistero, in altra forma, perdura ancora oggi, a quasi duecento anni dalla pubblicazione del testo leopardiano. Nonostante le tecnologie sofisticate e gli strumenti raffinati, numerose domande continuano ad affollare le menti di scienziate e scienziati circa la natura del nostro satellite naturale, e sembra essersi rimessa in moto quella corsa all’approdo sul suolo lunare che già aveva tenuto il mondo incollato allo schermo del televisore negli anni Sessanta del secolo scorso. Aprile si è aperto infatti con il lancio del razzo Space Launch System della NASA, che ha condotto quattro astronauti fuori dall’orbita terrestre, in sorvolo della Luna, e nell’Oceano Pacifico al largo di San Diego, in California, per l’ammaraggio finale. Si è trattato della seconda tappa della missione Artemis, un programma in cinque fasi che punta a riportare gli esseri umani sulla superficie lunare, con l’obiettivo di studiare, capire, ma anche vivere e lavorare, in vista di missioni di lunga durata nello spazio profondo. Il nuovo capitolo dell’esplorazione spaziale è appena iniziato, e abbiamo chiesto a James Carpenter, Responsabile scientifico per la Luna e Marte e Responsabile dello sfruttamento lunare presso la Direzione per l’esplorazione umana e robotica della European Space Agency, di raccontarcene le sfide, le opportunità e le prospettive.

[1] Giacomo Leopardi, Operette morali, a cura di Laura Melosi, Milano, Rizzoli, 2008.

James Carpenter
James Carpenter

James Carpenter è Responsabile scientifico per la Luna e Marte e Responsabile dello sfruttamento lunare presso la Direzione per l’esplorazione umana e robotica della European Space Agency (ESA). È un fisico con un background nella strumentazione per l’astrofisica spaziale e le scienze planetarie. Durante la sua permanenza all’ESA, ha lavorato alle attività delle missioni lunari e marziane e ha guidato lo sviluppo della strategia scientifica per la Luna e le risorse spaziali. Nel suo ruolo attuale, guida la pianificazione di nuove attività di ricerca per la Luna e Marte per il prossimo decennio e oltre.

Intervista a

James Carpenter

Intervista a James Carpenter, Responsabile scientifico per la Luna e Marte e Responsabile dello sfruttamento lunare presso la Direzione per l’esplorazione umana e robotica della European Space Agency

Perché stiamo tornando sulla Luna?
Ci sono molte risposte diverse a questa domanda. Dal punto di vista scientifico, stiamo assistendo a un rinnovato interesse per la Luna. Nonostante il periodo di scarsa attività che è seguito alle missioni Apollo, i campioni raccolti durante quelle missioni hanno fornito un ricchissimo bacino di informazioni, in esame ancora oggi, che ci ha lasciati con più domande che risposte. Allo stesso tempo, le missioni in orbita attorno alla Luna degli scorsi anni hanno restituito una visione globale che prima non avevamo. E la combinazione di queste evidenze (la visione globale e i campioni riportati) ci ha mostrato che la Luna è molto più diversificata di quanto avessimo capito. È, infatti, un “registratore” dell’intera storia del sistema solare, inclusa l’epoca dei grandi impatti. Quando la guardiamo, vediamo dei crateri molto grandi che si sono formati nello stesso periodo in cui la Terra e l’intero sistema solare prendevano forma, che è anche il periodo a cui risalgono le prime tracce di vita possibile sul nostro pianeta. Sulla Terra, però, la registrazione geologica di quell’epoca è andata perduta, e l’unico posto in cui leggerla è la Luna. Nei suoi materiali vulcanici e sulla sua superficie abbiamo rinvenuto tracce chimiche di tutto ciò che è accaduto dalla sua formazione, per miliardi di anni, per cui funge anche da modello per capire come tutti i pianeti si sono formati ed evoluti; è un preziosissimo archivio. Ma l’interesse per la Luna oggi si deve anche al suo potenziale come fonte di risorse.

Sappiamo che ai suoi poli c’è ghiaccio d’acqua, e sebbene non sappiamo se sia accessibile, quanto ce ne sia, o se sarà mai utile, esiste l’ipotesi che potrà essere utilizzato in situ, come fonte di propellente per operazioni nello spazio profondo. Sappiamo anche che la Luna ha dei metalli e delle terre rare – tra cui, forse, l’elio-3, possibile fonte di combustibile per la fusione nucleare in futuro. Oggi non siamo in grado di valutare l’utilità di queste risorse, ma stiamo creando la conoscenza che ci permetterà di prendere decisioni in futuro. E mentre facciamo questa ricognizione, affermiamo anche la nostra presenza sulla Luna: la Luna oggi è l’Antartide di cento anni fa, un continente più grande dell’Europa, molto difficile da raggiungere, che potrebbe rivelarsi strategico. Perciò diverse nazioni stanno prendendo parte all’esplorazione; sono interessate alla scienza, certamente, ma anche a essere lì, a stabilire una presenza, e a fare sfoggio, da tale posizione privilegiata, delle proprie capacità tecnologiche. Al momento, in questo, la Cina è in testa. Ha un programma lunare straordinario, di fase in fase più complesso, che al momento sta vedendo la fusione tra il programma robotico e quello umano. Anche negli Stati Uniti c’è una grande spinta, specialmente commerciale, a tornare sulla Luna con esseri umani, con l’intenzione di costruire lì una base. La stessa Europa aspira ad andare sulla Luna con le proprie risorse e sta lavorando sulle capacità di atterraggio, mobilità ed energia, con l’obiettivo di assicurarsi un accesso proprio alla Luna, e di garantirsi un ruolo da protagonista. Le regole, a livello internazionale, su come lavorare insieme in questo nuovo continente sono ancora tutte da scrivere, ed è importante partecipare alla stesura, avere voce. Tra dieci, venti, trent’anni, mi aspetto di vedere sulla Luna infrastrutture su base nazionale – europea, statunitense, cinese –, probabilmente associate a risorse di interesse. Ma confido anche in un’infrastruttura scientifica internazionale condivisa, dove lavorare insieme in modo pacifico e cooperativo, per fare e imparare cose impossibili in altro modo.

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