Intervista a Nicola Spaldin

31 Marzo 2026

Intervista a Nicola Spaldin, vicepresidente dello European Research Council e responsabile dell’area Physical sciences and Engineering

 

Quali sono le attuali priorità strategiche dello European Research Council e come vede evolversi il suo ruolo nei prossimi anni?
Lo European Research Council non stabilisce una direzione della ricerca né definisce delle priorità. Siamo un’organizzazione bottom-up, e in quanto tali ci proponiamo di finanziare la ricerca di frontiera che arriva direttamente dalla comunità dei ricercatori e delle ricercatrici, senza prediligere ambiti “di moda” o specificamente orientati alla tecnologia. Sosteniamo la scienza nel senso tedesco di Wissenschaft, o sapere, e oltre alle scienze della vita, le scienze fisiche e l’ingegneria, l’ERC sostiene anche la ricerca nelle scienze sociali e nelle discipline umanistiche, di nuovo senza stabilire direzioni prioritarie. Naturalmente, con il volgere al termine dell’Horizon Europe e il prossimo programma quadro dell’UE per la ricerca e l’innovazione in fase di definizione, ci siamo posti degli obiettivi strategici, volti a tutelare la capacità di ricercatrici e ricercatori di dedicarsi a ricerche d’avanguardia guidate dalla curiosità, non orientate ad agende politiche predefinite. La nostra priorità principale è assicurarci finanziamenti sufficienti, così da poter fornire ai ricercatori e le ricercatrici migliori le risorse necessarie per esplorare le aree che trovano più interessanti. Purtroppo, dal punto di vista del bilancio, all’ERC siamo in difficoltà. Siamo in grado di finanziare solo il 60% delle proposte che ottengono una valutazione eccellente, il che significa che circa il 40% delle idee brillanti che potrebbero far progredire la conoscenza umana o trasformare la società non riceve alcun sostegno. Inoltre, dal nostro avvio non siamo stati in grado di adeguare l’entità dei finanziamenti all’inflazione, quindi anche un raddoppio del nostro budget sarebbe insufficiente, e servirebbero comunque dei correttivi per tenere conto dell’aumento dei costi. Un’altra priorità è l’autonomia del nostro organo direttivo, il Consiglio scientifico dell’ERC, e, di conseguenza, del nostro processo di valutazione. A nostro avviso, la valutazione dell’eccellenza nella ricerca deve rimanere nelle mani di consigli di ricerca indipendenti, le cui priorità e procedure sono stabilite da chi svolge attivamente l’attività di ricerca. In qualità di membro del Consiglio scientifico dell’ERC, io sono anche professoressa universitaria con un gruppo di ricerca, e svolgo le mie attività per l’ERC parallelamente ai miei consueti compiti di insegnamento e ricerca. Questa impostazione è essenziale per garantire che la ricerca d’avanguardia sia libera da interferenze politiche.

Come trovate il giusto equilibrio tra l’incoraggiare idee “ad alto rischio” e il garantire un uso responsabile dei fondi pubblici?
Non parlerei di idee “ad alto rischio”, perché se qualcuno avesse un’idea brillante a basso rischio, vorremmo comunque finanziarla. In generale, cerchiamo idee nuove e originali, che siano alla frontiera della conoscenza, ma non così oltre da rendere impossibile qualsiasi progresso. Abbiamo un processo di valutazione consolidato e affidabile per valutare le proposte in termini di originalità e fattibilità. Naturalmente, ricorriamo alla peer-review, la revisione tra pari, che pur non essendo perfetta, è lo strumento migliore che abbiamo. Facciamo ampio ricorso a comitati di esperti che si riuniscono per discutere in modo approfondito i lavori proposti. E prendiamo in esame anche il curriculum dei ricercatori e delle ricercatrici proponenti, perché chi ha dato contributi importanti in passato è probabile che lo faccia di nuovo. Non funziona poi se l’idea è brillante, ma chi la presenta non è nella condizione di implementarla, per cui teniamo in considerazione anche questo aspetto. Facciamo inoltre molto benchmarking, e di rimando, rivediamo continuamente i nostri processi. In questo modo, facciamo del nostro meglio per identificare le proposte che porteranno a scoperte rivoluzionarie.

A volte queste scoperte arrivano in tempi molto lunghi. Come misurate l’impatto dei finanziamenti?
È una domanda molto difficile. Esistono sicuramente degli indicatori di impatto a breve termine, come le pubblicazioni, le banche dati, lo sviluppo di infrastrutture, e così via, che prendiamo in considerazione quando valutiamo i curriculum dei nostri candidati. Ma ci tengo a sottolineare che l’impatto sociale a lungo termine non è un prerequisito per un finanziamento ERC. Ciò detto, abbiamo un programma – i finanziamenti Proof-of-Concept – dedicato a chi realizzi una scoperta con potenziale tecnologico, per sostenerlo nei primi passi verso la maturità tecnologica. In questo caso, osserviamo senz’altro un impatto misurabile, in termini di startup e brevetti; ma nella ricerca di frontiera guidata dalla curiosità, eventuali tecnologie o scoperte socialmente rilevanti emergono spesso solo dopo decenni. Alla fisica nucleare, per esempio, deve tutto l’industria microelettronica, perché negli anni ’30 del secolo scorso, la vostra comunità ha sviluppato i circuiti elettronici per poter contare le particelle nucleari. E un esempio caro all’ERC è lo sviluppo delle basi dell’mRNA. Quella ricerca fondamentale, nata da pura curiosità, ha permesso agli scienziati di sviluppare i vaccini contro il Covid-19 in tempi record, salvando innumerevoli vite. E uno dei nostri beneficiari ERC, Ugur Sahin, è stato l’artefice del vaccino Pfizer/BioNTech che ha utilizzato questa tecnologia. Dunque, la ricerca di frontiera porta scoperte straordinarie, spesso anche di grande impatto, ma non è questo il motivo per cui facciamo ricerca: facciamo ricerca per la bellezza di scoprire cose nuove.

Come responsabile dell’area Physical sciences and Engineering, quali sono oggi le direzioni più entusiasmanti o trasformative nel suo ambito?
Nel mio campo, la fisica dei materiali, le possibilità aperte dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale (IA) si stanno rivelando trasformative. Stiamo assistendo a un vero e proprio cambio di paradigma, paragonabile, secondo me, a quello innescato dall’avvento dei primi computer. Nella fisica dei materiali, possiamo oggi rispondere a domande che prima erano fuori portata per scala temporale, scala spaziale e complessità, grazie all’apprendimento automatico delle interazioni tra gli atomi. In passato dovevamo calcolare queste interazioni quantistiche dettagliate ogni volta, con un notevole dispendio computazionale, mentre ora addestriamo una macchina a parametrizzare i dettagli della meccanica quantistica e riusciamo a eseguire calcoli di qualità quantistica a un costo molto contenuto. All’ERC, osserviamo sviluppi analoghi in tutto il nostro portafoglio: la maggior parte dei comitati di valutazione riceve proposte di ricerca che, pur non essendo incentrate sull’IA, la utilizzano come strumento. Allo stesso tempo, stiamo istituendo un nuovo comitato di valutazione dedicato ai fondamenti dell’informatica dell’IA, un ambito che finanziamo fin dagli albori dell’ERC e in cui registriamo un forte aumento delle proposte.

State registrando una crescita anche della ricerca interdisciplinare? Come si sta adeguando il sistema di valutazione?
Assolutamente sì. Storicamente l’ERC è stato suddiviso in tre aree: scienze fisiche, scienze della vita, scienze sociali e umanistiche, ma stiamo iniziando a vedere un numero crescente di proposte che si collocano al confine tra i settori tradizionali. Stiamo ora valutando la possibilità di istituire il nostro primo comitato interdisciplinare, dedicato all’ingegneria biomedica, che abbraccerà tutti e tre i settori. Stiamo analizzando le proposte nel nostro portafoglio per individuare quelle che meglio si adattano a un approccio interdisciplinare, e con il supporto degli strumenti di intelligenza artificiale stiamo individuando strategie di ristrutturazione efficaci, al fine di riflettere le tendenze emergenti nella ricerca.

Come valuta la posizione dell’Europa nella ricerca e innovazione rispetto agli altri grandi attori globali?
È evidente che siamo indietro. Gli Stati Uniti spendono 711 miliardi all’anno in ricerca e sviluppo, la Cina 675 miliardi e l’Unione Europea 438 miliardi. In termini di ricercatrici e ricercatori, la Cina ne conta circa 3 milioni, mentre l’UE si attesta sui 2,2 milioni. E se nell’UE la spesa per ricercatore è sotto i 200.000 euro, negli Stati Uniti è oltre i 400.000. Guardando poi al settore privato, le aziende tecnologiche statunitensi investono da sole più dei governi europei messi insieme. Questi divari negli investimenti pubblici si traducono in un minor numero di imprese, tecnologie e talenti in futuro. E se cresciamo lentamente mentre gli altri investono molto, il divario non fa che aumentare. C’è consapevolezza politica riguardo alla competitività, all’autonomia strategica e alla sicurezza, ma senza investimenti nella ricerca fondamentale non saremo mai in grado di metterci in pari.

Guardando al futuro, ci sono aspetti del sistema europeo di finanziamento della ricerca che andrebbero ripensati per tenere il passo con il resto del mondo?
Non c’è dubbio che l’ERC sia un modello di riferimento a livello mondiale, sia per le sue procedure sia per la qualità della ricerca che finanzia; e in questo contesto, la revisione più urgente da intraprendere è un drastico aumento del budget. Naturalmente, la ricerca applicata è essenziale nell’attuale contesto geopolitico, ma senza ricerca fondamentale all’avanguardia non ci sarà una linea ad alimentare la ricerca applicata del futuro. Perciò l’Europa deve rafforzare la componente di ricerca fondamentale del proprio sistema di finanziamento, compreso il programma Marie Curie che sostiene la mobilità dei giovani ricercatori e ricercatrici. Ed è essenziale che l’ERC non venga incorporato nell’Iniziativa per la competitività europea, che limiterebbe notevolmente la flessibilità e l’indipendenza e, di conseguenza, la creatività di ricercatrici e ricercatori.

Ha accennato alla mobilità di giovani ricercatrici e ricercatori, ma c’è anche una mobilità di idee e risultati. In che modo l’ERC promuove l’open science e quali sfide restano aperte?
È chiaro che i risultati della ricerca finanziata con fondi pubblici debbano essere accessibili al pubblico, e l’ERC segue le normative della Commissione Europea in materia di pubblicazione open access, per cui tutta la ricerca finanziata dall’ERC è disponibile con licenza CC BY al momento della pubblicazione. I nostri criteri di valutazione dei Principal Investigator dei progetti includono contributi come software open source e banche dati aperte, proprio al fine di incoraggiare la condivisione di risorse; e, in generale, la comunità scientifica stessa è in evoluzione verso una cultura dell’apertura, con le commissioni che si aspettano che i progetti che sviluppano banche dati o codici abbiano una strategia aperta. Accanto ai vantaggi, tuttavia, l’attuale modello di pubblicazione open access ha introdotto anche alcune criticità, quali i costi di pubblicazione a carico degli autori, spesso inaccessibili a livello globale, e il fenomeno delle riviste predatorie. In risposta, sta crescendo l’interesse per il preprint, da tempo ampiamente utilizzato nella comunità della fisica, e il panorama complessivo è in rapida evoluzione.

Una volta resi accessibili alla comunità della ricerca, i risultati devono anche essere compresi da un pubblico più vasto, e l’ERC investe tanto in questo senso. Può spiegarcene le ragioni?
Una buona comunicazione della ricerca scientifica è essenziale. Bisogna spiegare non solo ciò che è stato scoperto, ma anche il modo in cui funziona la scienza; il fatto che esistono incertezze, limiti, cambiamenti di opinione, e che è proprio così che la scienza progredisce. Finché questo meccanismo non viene compreso, è difficile costruire fiducia nella scienza. L’ERC ha due iniziative dedicate alla comunicazione scientifica: il Public Engagement in Research Award, assegnato ai beneficiari ERC che promuovono la comprensione pubblica della propria ricerca, e la Science Journalism Initiative, per sostenere giornaliste e giornalisti scientifici in grado di raggiungere un pubblico più ampio – un’iniziativa particolarmente importante in un momento in cui molti media stanno riducendo gli investimenti nelle redazioni scientifiche. Perché se è facile raccontare l’impatto di nuove infrastrutture o tecnologie, che migliorano direttamente la vita quotidiana, è molto più difficile collegare questi risultati visibili alla ricerca fondamentale che li ha resi possibili, spesso anni prima. Molte delle innovazioni che oggi consideriamo scontate semplicemente non esisterebbero senza quella ricerca guidata dalla curiosità, ed è proprio questa connessione che dobbiamo impegnarci a comunicare al meglio.

 


BIO

Nicola Spaldin è membro del Consiglio scientifico dello European Research Council e, da gennaio 2026, vicepresidente per l’area Physical sciences and Engineering. È professoressa di Teoria dei materiali all’ETH di Zurigo e, appassionata divulgatrice scientifica, ha vinto diversi premi Golden Owl dell’ETH di Zurigo per l’eccellenza nell’insegnamento. È membro della Royal Society, membro straniero delle Accademie Nazionali di Scienze e Ingegneria (USA), dell’Accademia di Francia, dell’Accademia Austriaca e della Leopoldina, e ha ricevuto numerosi premi per la sua attività di ricerca.

Nicola Spaldin. Foto di ©Susanne Blatter Nicola Spaldin. Foto di ©Susanne Blatter