Esisteva dunque una teoria, ma perché entrasse a pieno titolo nella fisica occorreva una conferma sperimentale. I fisici Rudolf Peierls e Hans Bethe calcolarono la probabilità che un neutrino potesse colpire un nucleo atomico, per capire come fosse possibile rivelarlo. Il risultato fu sorprendente: la probabilità di interazione tra un neutrino e la materia risultò straordinariamente piccola. Il neutrino si dimostrava così una particella estremamente elusiva, difficilissima da osservare. Si trattava di un problema enorme per la fisica, che aveva bisogno di una verifica sperimentale. Questa conferma sarebbe arrivata solo molti anni dopo, nel 1956. Settanta anni fa.
Ciò che rende i neutrini così difficili da rivelare è il fatto che interagiscono esclusivamente tramite l’interazione debole, peraltro sono le uniche particelle con questa caratteristica. La probabilità che un neutrino interagisca con la materia è dell’ordine di 20 ordini di grandezza (1 centesimo di miliardesimo di miliardesimo) più piccola di quella di un fotone di simile energia: un valore così basso da permettere loro di uscire dal centro del Sole, di attraversare l’universo o di essere prodotti in un reattore nucleare e passare attraverso la Terra senza urtare quasi nulla. Proprio grazie a questa capacità di attraversare indisturbati regioni densissime e inaccessibili, i neutrini trasportano informazioni preziose su ambienti altrimenti impossibili da esplorare. Tuttavia, intercettarli è estremamente difficile: per rivelarli sono necessari flussi giganteschi di particelle e rivelatori di grandi dimensioni. La prima sorgente artificiale di neutrini usata dai fisici per la ricerca fondamentale è stato un reattore nucleare. Il primo reattore nucleare a fissione dell’uranio venne acceso nel dicembre del 1942 sotto la guida di Enrico Fermi, che aveva ricevuto a soli 37 anni il Premio Nobel per la Fisica nel 1938 “per l’identificazione di nuovi elementi radioattivi prodotti mediante irradiazione con neutroni e per la scoperta delle reazioni nucleari provocate da neutroni lenti”. Dopo la cerimonia del Nobel, Fermi non fece ritorno in Italia: da Copenaghen, dove risiedeva l’amico Niels Bohr, si imbarcò per gli Stati Uniti, dove avrebbe dato un contributo decisivo allo sviluppo della fisica nucleare, mentre in Europa era ormai scoppiata la Seconda guerra mondiale.
Un altro fisico italiano, Bruno Pontecorvo, allievo di Fermi, si dedica allo studio delle particelle elementari e darà un contributo molto importante alla fisica nucleare. Pontecorvo studia i neutrini, i muoni e gli elettroni, e intuisce che potrebbero esistere due tipi distinti di neutrino, un’idea straordinariamente innovativa per l’epoca, che tuttavia non sviluppa pienamente in quegli anni. Nel 1946 comincia a elaborare e proporre metodi sperimentali per rivelare i neutrini. In un documento di quell’anno, il primo in cui viene delineata in modo esplicito la struttura concettuale dei rivelatori basati sul cloro che saranno realizzati solo molti anni più tardi per lo studio dei neutrini solari, Pontecorvo descrive un approccio pionieristico destinato a segnare la storia della fisica delle particelle. Quel lavoro, però, rimane sconosciuto per circa vent’anni: viene secretato per motivi militari, in un periodo storico in cui scienza, politica e guerra sono profondamente intrecciate. È il contesto del secondo dopoguerra e dell’inizio della Guerra Fredda, quando la ricerca fondamentale sulle particelle elementari si muove sul confine sottile tra conoscenza pura e applicazioni strategiche.